La competenza emotiva è l’abilità di affrontare in maniera funzionale le proprie emozioni e quelle altrui nell’ambito della vita quotidiana, mantenendo o modificando in modo adeguato e socialmente appropriato gli scambi con l’ambiente.
Una manifestazione emotiva è considerata più o meno adeguata a seconda del contesto culturale in cui ci si trova, dell’età e del livello di sviluppo del bambino. La comprensione delle emozioni proprie e altrui è mediata dal livello cognitivo raggiunto.
Carolyn Saarni ritiene che per diventare emotivamente competenti sia necessario sviluppare un certo numero di abilità, ciascuna delle quali si sviluppa indipendentemente dalle altre e in fasi diverse del ciclo di vita.
Abilità:
- consapevolezza dei propri stati emotivi;
- capacità di riconoscere le emozioni altrui;
- conoscenza e utilizzo appropriato del lessico emozionale;
- sensibilità empatica e solidale alle esperienze emotive degli altri;
- comprensione della differenziazione tra stato emotivo interno ed espressione esterna;
- capacità di affrontare in maniera adattiva le emozioni negative, utilizzando strategie di autoregolazione in grado di ridurre intensità e durata di tali stati emotivi (coping adattivo);
- consapevolezza che l’espressione delle emozioni esercita un ruolo importante sulla natura delle relazioni (regolazione interattiva delle emozioni);
- autoefficacia emozionale.
Man mano che i bambini acquisiscono la competenza emotiva diventano:
- maggiormente in grado di gestire le proprie emozioni;
- più resilienti nel far fronte a situazioni stressanti;
- più capaci di sviluppare e mantenere relazioni interpersonali positive.
La competenza emotiva è multi-sfaccettata e a base socio-relazionale. Le diverse abilità che la compongono sono necessarie negli scambi sociali che producono emozioni. Gli scambi interpersonali sono i contesti in cui il significato delle emozioni viene definito. Inoltre, le nostre relazioni interpersonali influenzano le emozioni che sperimentiamo e, viceversa, le nostre emozioni influenzano le relazioni significative della nostra vita.
Susan Denham (1998) ha individuato 3 dimensioni della competenza emotiva:
- espressione delle emozioni;
- comprensione delle emozioni;
- regolazione delle emozioni.
Espressione delle emozioni
È l’abilità di comunicare gli stati emozionali attraverso il linguaggio verbale e non verbale.
Attraverso diversi canali comunicativi non linguistici, quali la voce, il volto, i gesti, l’uso dello spazio, la postura, il contatto fisico, possiamo trasmettere più o meno consapevolmente agli altri le nostre emozioni.
Questi segnali non verbali consentono la traduzione di uno stato interno in un quadro espressivo visibile e riconoscibile dagli altri.
La voce è il canale su cui riusciamo a esercitare il minore controllo ed è per questo considerata la fonte più attendibile per comprendere gli stati emotivi dell’interlocutore. Ad esempio, una persona triste tende ad avere un tono di voce basso e lento, mentre una persona arrabbiata tende ad aumentare tono e velocità della voce.
La mimica facciale è la modalità espressiva privilegiata: è attraverso il volto che diciamo quale emozione stiamo provando. All’interno del volto, un ruolo importante nell’espressione delle emozioni spetta allo sguardo, attraverso i movimenti oculari volontari e involontari (dilatazione e restringimento della pupilla, battito delle palpebre).
Izard (1977): la teoria differenziale (teoria innatista)
Le emozioni sono “pacchetti” innati, ciascuno con una configurazione specifica di sintomi fisiologici e con una espressione facciale distintiva, quindi per esempio la paura è caratterizzata dai sintomi fisiologici come la tachicardia, il tremore, il sudore e con un’espressione facciale distintiva che può essere quella con gli occhi sbarrati, le sopracciglia ad arco.
In questa teoria:
- Vi è una precisa corrispondenza tra esperienza soggettiva ed espressione facciale di ciascuna emozione;
- Per ciascuna emozione vi sono programmi neurali innati e universali, e nel corso dello sviluppo la comparsa delle espressioni per le diverse emozioni corrisponde alla maturazione neurobiologica.
Sroufe (1995): la teoria della differenziazione
Al contrario di Izard, Sroufe avanza la teoria differenziale, sottolineando come le emozioni vere e proprie (gioia, tristezza, disgusto, delusione, etc.) non sono innate, non le abbiamo dalla nascita e non sono quindi qualcosa di genetico inscritto nel nostro destino biologico, ma si acquisiscono gradualmente durante il ciclo di vita.
Possiamo dire che Sroufe riconosce sia il ruolo di fattori biologici sia soprattutto il ruolo di fattori culturali.
Le emozioni non insorgono all’improvviso, ma per differenziazione da sistemi-precursori:
- il piacere come sistema per lo sviluppo della gioia;
- la circospezione come sistema per lo sviluppo della paura;
- la frustrazione come sistema per lo sviluppo della rabbia.
Quindi i neonati, con le loro espressioni facciali, non esprimono ancora emozioni vere e proprie, ma precursori delle emozioni. Ad esempio, il neonato non è capace di provare rabbia, bensì una reazione generalizzata per stimoli che gli provocano malessere. Durante i primi 6 mesi di vita, questa reazione evolve in frustrazione, e solo dopo compare la rabbia vera e propria.
Ci sono inoltre da considerare le regole di espressione delle emozioni che si chiamano display rules (o regole di espressione): queste sono alla base dell’espressione delle emozioni e la governano, stabilendo i modi in cui le emozioni devono essere espresse affinché l’individuo risulti adeguato al contesto.
Si riferiscono, quindi, a quando, dove e come le emozioni dovrebbero essere espresse. Non sono regole universali, ma cambiano a seconda della cultura d’appartenenza. Vengono acquisite attraverso le relazioni interpersonali, in primis all’interno della famiglia d’origine (ricorda l’esempio dei bambini asiatici).